Fogli
di Via n. 6, novembre 2011 testi 1due
Michel Mourlet: L’ÈCRAN ÈBLOUISSANT. Puf, 2011
Uno dei risarcimenti, eccessivo definirlo
piacere, riservato ai cinefili abituali frequentatori dei cinema periferici più
o meno pulciosi, ma pur sempre pubbliche arene, consisteva nel lanciare
maledizioni ed insulti al proiezionista disattento con le luci o il quadro:
oggi che anche quelle decisioni si sono trasferite nel salotto domestico,
facendoci esitare, al massimo, nella scelta dello schermo e dei supporti
(plasma, lcd, HD, blu-ray...) riandare all'immediato dopoguerra è come
rivisitare un campo di battaglia i cui schieramenti risultano entrambi
sconfitti e giocati nella motivazione che pure li accomunava, quella di
“changer la vie”.
Anche al
giovane Michel Mourlet il cinema apparve come la vita vera, più vero del vero,
massiccio come roccia scolpita di luci ed ombre, bello e significativo anche
quando all'iniziale passione travolgente seguì la stagione dell'amore ragionato
e riflessivo.
Il suo
libro più recente L'écran éblouissant
(Puf 2011) raccolta di recensioni, interviste, ritratti ed interventi
teorici dal 1958 al 2010, reca in copertina la nota foto di Samuel Fuller con
pistola e sigaro, dispensando così l'autore dall'esplicitare per i più
distratti o frettolosi le scontate dichiarazioni di preferenza e scelte di
campo. Certo il regista di Corea in fiamme non è tra i quattro originari
assi (Walsh, Lang, Preminger, Losey, cui si aggiungevano Hawks, Dwan, Ludwig,
Mann...ma la lista non era chiusa) che il Nostro si scelse per chiarire a sé e
ai propri lettori la passione per il cinema classico “americano”; e, a
complicare il quadro, Fuller fu pure tra i prediletti del Godard che, come
quasi tutta la nouvelle vague, per Mourlet esemplificò perversione e
traviamento degli ideali di classicità e realismo destinati all'arte
cinematografica fin dai Lumière, ma che già Meliès aveva corrotto. Quando ai Cahiers
du Cinéma qualcuno scambiò l'engagement per intelligenza, Mourlet e Rohmer
(che alla fine degli anni cinquanta ne furono al vertice, accomunati pure da un
amore per il “vecchio” teatro nelle mosse di smarcamento dal militantismo di
tanta critica obnubilata) erano ormai ben lontani, concentrati il primo in un
percorso di scrittura ed insegnamento, il secondo in un'opera registica
ciclicamente rinnovantesi. L'avventura della cinefilia francese andava a
concludersi e con essa tanti velleitarismi ed usi strumentali dell'arma
cinematografica.
Se nel
1949 Bazin ed altri organizzavano a Biarritz un “Festival del cinema
maledetto”, va ricordato che l'ultimo fante americano doveva ancora
reimbarcarsi e già qualcuno in Francia temeva la “colonizzazione” attraverso i
film arrivati al seguito degli alleati. Piuttosto volgersi verso Roma
“neorealistica” anche se il solito Boris Vian andava gridando in “Saint-Cinéma-des-Prés”: “Abbasso Ladri di biciclette. Evviva
il technicolor”. Vicino in ciò alla coppia “surrealista” Benayoun e Kirou che
entrò negli anni cinquanta invocando “Erotismo, immaginazione, esaltazione”
sulle pagine del foglio “L'Age du Cinéma”.
Mourlet,
precoce, prese ad analizzare e pensare quella esperienza di spettatore e negli
anni mantenne il giudizio poco lusinghiero sui frequentatori dei cineclubs,
reputati scolastici, gregari ed incompetenti, preferendo recarsi nei tanti ancora numerosi cinema di quartiere
senza disdegnare, con Lourcelles e Rissient, le sale sugli Champs Elysées, il
Napoléon o quel Mac-Mahon di cui un gruppo di amici curava la programmazione.
Quello che
poi si sarebbe detto mac-mahonisme prendeva le mosse dal cinema classico
americano, sottolineandone la forza coinvolgente (contro ogni distanziamento o
estraniazione brechtiana) originata da un lavoro di sceneggiatura classicamente
risalente alla poetica aristotelica ed in grado di accogliere al suo interno i
frammenti riusciti, sublimi e perfetti, anche quelli parossisticamenti violenti
(e che negli anni “vietnamiti”, coniugati all'esaltazione dei corpi e
dell'azione, avrebbero attirato al gruppo le accuse di “destra”). Si aggiunga
una reintegrazione della pattuglia di italiani esclusi dalla vague neorelista
come Freda o Cottafavi, più qualche firma orientale come Mizoguchi ed il campo
da dissodare sarà tutt'altro che limitato.
Scoperti,
studiati e ammirati, quei registi si accostavano, asintoticamente, alla “logica spontanea della visione”,
vocazione originale del cinema e sua differenza costitutiva dal resto
delle precedenti espressioni artistiche.
Venendo dopo le altre, la “copia” proposta dal cinema è più conforme ad un
“originale” (reale) e più autenticamente significativa. Fin dalla prima bobina
infilata in un rudimentale proiettore, si trattava già di “cogliere il più
fedelmente, il più oggettivamente, il più meccanicamente, il più immediatamente
(cioè senza mediazione) possibile le forme, i movimenti dell'universo tali e
quali i nostri sensi ne svelano
l'apparire nel mondo reale”. Ogni evidente effetto di stile interrompe, scrive
Mourlet, l'attenzione con cui lo spettatore segue il film, tagliando il cordone
che lo fa credere nelle immagini che scorrono e proponendo visioni artificiali
e false giudicate distruttive della spontanea e volontaria credenza nella
realtà di quanto si osserva (coerentemente Ejsenstejn veniva strapazzato appena
se ne desse l'occasione ed ogni regista soprattutto preoccupato del montaggio
finale veniva accusato di mettere toppe ad una materia filmica non
padroneggiata). Il buon regista liscia il pelo dello spettatore nel verso del
“come se”, rispettandone il desiderio di conferire realtà alle apparenze che
scorrono sullo schermo. È pur vero che è sempre in agguato l'incapacità, della
maggior parte di spettatori e critici, di percepire qualità e difetti delle
messinscena dovuta ad una perversione del punto di vista “naturale”: per questo
talora Mourlet invoca una “sur-cultura” capace di far dimenticare la cultura ingessata per
ritrovare nel cinema “il naturale, il vergine, il vivace e bel naturale,
l'unico metro di giudizio”. Da qui il suo costante interesse per il cinema di
genere e per quanto si sottrae alla paludata cappa del cinema d'arte o
d'autore.
Attenzione
alla regia non significa riduzione del cinema alla purezza o specificità del
mezzo; il rischio del formalismo e dell'estetismo viene evitato dalla messa in
scena, che invece di girare a vuoto, veicola una storia in “presa diretta” sul
mondo, senza ricorso alle metafore, alla convenzione-deformazione della materia
per, immediatamente, toccare ed esprimere il mondo. Cinema diventa sinonimo di
“evidenza” e perciò, tra Lumière e Méliès, la scelta è ontologica trattandosi
di riprodurre il reale il più vicino possibile alla sua apparenza materiale.
Essenzialmente realista, medium trasparente e “passivo”, il cinema è adeguato
alla materia, obbiettivo in ogni senso. Sulla pellicola Mourlet ritrova un
mondo ripulito e depurato dai codici, dalle metafore, dai segni che intralciano
le intenzioni delle arti che l'hanno preceduto e qui rilancia il paradosso di
Bazin secondo cui il regista era di troppo, troppo opaco, troppo dentro, troppo
presente finchè, facendosi notare, ostacolava la rivelazione del reale, lo
stupore delle cose lasciate-essere senza diaframmi. Il cinema, per la prima
volta nella storia dell'uomo, consente di rivelare ed esprimere il mondo
direttamente, senza perifrasi o ricorso alle convenzioni. L'occhio del regista
si conforma alla ragion d'essere della macchina da presa, scegliendo nella
realtà i materiali che gli occorrono, senza deformarla.
A
proposito di Cottafavi, Mourlet sottolinea una regia conforme a schemi
geometrici, a rischio di trasformare scontri e battaglie dei film “storici” in pose
coreografiche: eppure, ordinando le cose esistenti, Cottafavi poteva liberare
le cose dello spirito. Spinta al limite, pensata in modo conseguente, quella
geometria sfociava nel miracolo del sentimento, nel miracolo della vita o della
morte. La géométrie s'alleava alla finesse.
(Ma si
ricordi che negli stessi anni Nicola Chiaromonte giungeva a giudizi opposti
proprio partendo dal tema della “presenza” e dell'evidenza “indiscutibile ma
muta” dell'immagine: da qui discenderebbe la libertà di lettura permessa dai
film, la funzione dell'immagine essendo quella di “eccitare i vagabondaggi
dello spirito”. Infinita sopportazione dell' immagine, in grado di assorbire
qualsiasi interpretazione le si sovrapponga, sua irrevocabile esteriorità ed
incapacità di rappresentare interiorità, soggettività e personalità se non per
allusioni ( Cfr. “Immagine e parola. Sulle pretese di alcuni cineasti”).
Confrontato
ad una realtà incompiuta e contingente, il buon regista secondo Mourlet la
mette in scena portandola a compimento e perfezionandola. Il film riuscito, con
il rigore di un documentario, va al fondo delle passioni per liberarne lo
spettatore, riconciliandolo con i suoi demoni. Diversamente dal documentario,
il film affascinando esprime la realtà nell'azione drammatica. La catarsi è
recuperata ma a partire da un corpo a corpo con il sensibile e la materia, da
un certo istinto o tangibile legame con le cose. Motivi questi che, a partire
da una “Apologia della violenza” (titolo provocatorio ma strumentale alla
rivalutazione ed illustrazione di film trascurati) gli otterranno nel corso
degli anni accuse di reazionario per il suo insistere sul tema del radicamento
di ogni grande regista in uno spazio e in una geografia, in una tradizione
determinata che non fa solo pensare ma vivere il film con passione ed
intensità, fin nella fisicità del corpo.
Sarà nella
logica battagliera di quegli anni che il solito Godard in epigrafe a Il
disprezzo attribuisse a Bazin una
frase di Mourlet (Il cinema è uno sguardo che si sostituisce al nostro per
darci un mondo accordato ai nostri desideri); il fraintendimento ancora lo diverte
confermandolo più credibile di altre meteore critiche oggi tranquillamente
dimenticate.
JEAN MONTALBANO
Claudio Papini: BEN TROVATO ERNST INGMAR! Saggio sull’opera
cinematografica di Bergman. De
Ferrari Editore, 2011
John Keats
diceva che la bellezza è verità e viceversa. Ancora più noto, meno paradossale
di quanto a prima vista possa sembrare, è il motto di Oscar Wilde secondo il
quale la realtà imiterebbe l'arte, Tutte
e due le sentenze rimandano a un rapporto fra l'arte e la realtà, suggerendo
che nella sua analisi dell'opera d'arte, l'estetica (che etimologicamente
rimanda al sentire della percezione) può partire da dove vuole. Nella sua
minuziosa indagine del cinema di Ingmar Bergman, Claudio Papini – uno studioso
genovese di grande spessore intellettuale e militanza, disgraziatamente
dispersivo nelle pubblicazioni e rigorosamente “altro” rispetto alle mode -
sceglie di partire dai contenuti (in altre parole da ciò che sembrerebbe più
nascosto) per risalire ai valori formali (non così evidenti di per sé). Con
Bergman, regista considerato “filosofico” e “religioso”, si potrebbe pensare a
quella di Papini come a una scelta scontata, ma non è così. L'analisi rivela
tratti esoterici che l'autore, dividendosi fra il Bergman uomo e l'opera
cinematografica (ripartizione che all'incirca corrisponde alla struttura del
libro) si spinge a rivelarne, insieme a quello estetico, un senso politico (ma
anche religioso) ben oltre alle apparenze, .
CR
Sandro Ricaldone (a
cura di): PIERO SIMONDO. L’IMMAGINE
IMPREVISTA. Opere 1954-2008. Il Canneto, 2011
Con
qualche sicurezza si può sostenere che Sandro Ricaldone sia il più competente
studioso italiano di quell'intreccio di gruppi sperimentali che attraversando
Cobra, il Lettrismo, il Mibi, l'Internazionale Situazionista (e altri)
coinvolge parecchi protagonisti della scena artistica e intellettuale del
dopoguerra. Senza alcuna esitazione si può aggiungere che Ricaldone è il massimo
studioso di Piero Simondo, un artista e un agitatore culturale che di quei
gruppi è stato un esponente in vista, per quanto la sua lunga attività
artistica si debba purtroppo considerare abbondantemente sottostimata.
Il volume
pubblicato da Il Canneto è un po' il
rendiconto della dedizione di Ricaldone all'artista ed è valso da catalogo per
l'ampia mostra antologica allestita in estate a Finalborgo. Su queste pagine
trova spazio una rara collezione di testi di Simondo, compreso quello, oramai
introvabile, dove è demistificato l'altrimenti leggendario raduno che portò
alla fondazione dell'Internazionale Situazionista (cosa che avvenne
praticamente in casa dello stesso Simondo a Cosio d'Arroscia, nell'entroterra
ligure).
CdJ
Pierre Alechinsky – Yves Peyre: PIERRE ALECHINSKY ET FATA MORGANA. Fata Morgana, 2011
Un
catalogo, Pierre Alechinky & Fata
Morgana, rende omaggio ad uno dei maggiori pittori viventi e, nel contempo,
all’attività di una casa editrice. Quest’ultima, fondata nel 1966 da Bruno Roy
e tuttora attiva, ha acquisito nel corso dei decenni grandi meriti, in ambito
letterario e artistico. Pur pubblicando anche edizioni di pregio per
bibliofili, Fata Morgana si è specializzata in collane di testi brevi, ben
curati a livello di carta e di stampa, spesso impreziositi da disegni o
incisioni realizzati da artisti. Se gli scrittori presenti nel catalogo sono
assai diversi ma di indubbio valore, lo stesso vale per gli illustratori
(Adami, Chillida, Dubuffet, Masson, Tàpies, Tal Coat, Titus-Carmel, Zao Wou-Ki
e molti altri). Tra questi, Alechinsky svolge un ruolo particolare ed eminente,
come risulta già chiaro se si considera un semplice dato numerico: dal 1968 ad
oggi, il pittore belga ha contribuito con sue immagini a ben sessanta volumi
pubblicati da Fata Morgana. Appare dunque più che giustificata l’idea di
realizzare un catalogo volto a tracciare un consuntivo di questa fruttuosa
collaborazione.
Considerando
che altre opere con apporti grafici di Alechinsky sono apparse presso editori
diversi, viene innanzitutto da chiedersi come mai egli, nella sua lunga
carriera artistica, abbia riservato così largo spazio al lavoro di
illustratore. Per rispondere alla domanda, occorre risalire alle origini e
ricordare che fin dall’adolescenza egli si è occupato di questo, visto che
frequentava a Bruxelles l’École nationale supérieure d’architecture et des arts
décoratifs (La Cambre), studiando in particolare le tecniche di illustrazione e
tipografia del libro. Negli stessi anni, però, aveva iniziato a dedicarsi all’attività
pittorica, che lo ha portato a partecipare attivamente, nel periodo 1949-1951,
all’importante gruppo di artisti d’avanguardia Cobra. Sulla rivista omonima e
per le edizioni del gruppo, egli ha pubblicato i suoi primi testi, avviando
dunque un’attività di scrittore (di brani autobiografici e riflessioni
sull’arte) che non si è mai interrotta.
Volendo,
sarebbe possibile allargare il discorso tenendo conto delle modalità specifiche
del lavoro pittorico di Alechinsky. Egli infatti, dopo una prima fase in cui
usava i colori ad olio, è giunto, anche per l’influsso della conoscenza
dell’arte calligrafica dell’Estremo Oriente (verso la metà degli anni
Cinquanta, si è recato in Giappone per realizzare un film documentario
sull’argomento), ad adottare materiali e modalità esecutive differenti. Ecco
come Alechinsky li descrive in un proprio libro del 1971, Roue libre: «Tenendo in mano una ciotola larga (larga per
facilitare al pennello l’accesso alla riserva di colore) mi chino verso la
carta, posata sul pavimento, tenuta ferma con quattro piombi da stamperia. Mi
svuoto. Le linee hanno assunto le forme di un muso aperto che sporge la lingua,
di una schiena tonda, di una coda che batte il fondo giallastro. Un drago
lontano dal vulcano». I quadri di Alechinsky vengono quasi sempre realizzati su
fogli di carta sottile, riportati poi, tramite incollatura, su tela. Anche
quando il dipinto o disegno viene eseguito su superfici di piccolo formato,
l’artista di norma non si serve del cavalletto ma lavora seduto a un tavolino
basso, così da poter tenere il pennello nella posizione corretta secondo gli
orientali, ossia verticalmente.
Alla
familiarità con la carta si aggiunge quella con le più diverse tecniche di incisione
e di stampa. Se a ciò si unisce l’ampia disponibilità a lavorare in
collaborazione con altri, siano essi pittori o scrittori, diverrà chiaro perché
l’incontro con un editore come Bruno Roy sia stato tanto proficuo. Poiché
l’arte di Alechinsky aspira naturalmente ad aderire all’oggetto-libro, ciò ha
suggerito ad Hans Spinner, abile ceramista, la curiosa idea di realizzare dei
volumi «non sfogliabili» (cioè delle piccole sculture di gres o ceramica a
forma di libro aperto) destinati ad essere completati con scritte e disegni ad
opera del pittore. Un esempio di tali creazioni figura appunto sulla copertina
del catalogo a cui facciamo riferimento.
Quest’ultimo
si apre con una poesia di Salah Stétié e con un saggio introduttivo di Yves
Peyré. Ma la parte forse più interessante consiste nelle pagine successive, che
a ciascuno dei numerosi libri illustrati da Alechinsky per Fata Morgana
dedicano una scheda specifica, comprendente una breve descrizione e la
riproduzione di alcune delle immagini realizzate dall’artista. Tali immagini,
per quanto accomunate dal riconoscibile ductus
di Alechinsky, colpiscono per la notevole varietà, sia a livello tecnico
(disegni, litografie in bianco e nero o a colori, linoleografie, acqueforti)
sia, e ancor più, sul piano delle scelte grafico-figurative. Si va infatti
dalle semplici vignette alle illustrazioni a piena pagina, passando attraverso
tutta una serie di soluzioni intermedie: disegni collocati a metà del testo, a
margine, oppure posti ad incorniciare le parole stampate. Per le edizioni di
lusso, Alechinsky realizza anche la decorazione dell’astuccio destinato a
contenere il volume.
Un altro
aspetto importante della sua creatività visiva consiste nell’adozione di
supporti impensati. Così talvolta egli può tracciare i propri segni su
documenti che ha reperito al mercatino delle pulci, accomunati dal fatto di
essere antichi o semplicemente vecchi: scartoffie notarili, lettere private,
carte geografiche, spartiti musicali, stampe di storia naturale. Alechinsky,
com’è ovvio, non è un illustratore pedestre, dunque non cerca mai di
visualizzare in maniera tradizionale e prevedibile determinati passi degli
scritti letterari a lui affidati, ma neppure si limita ad inserire nei volumi
disegni astratti o irrelati. A suo avviso, infatti, occorre instaurare un
rapporto, foss’anche soltanto allusivo, fra le immagini e i temi trattati dagli
autori dei diversi volumi, perché solo così il gioco (o la sfida che i testi
rivolgono all’artista) diventa davvero stimolante. Può accadere persino che
egli prenda bizzarramente alla lettera, con notevole umorismo, il titolo
dell’opera. Ciò accade ad esempio per Fleur
de cendres di Bhattacharya, Les
rougets di Pieyre de Mandiargues o Le
carnet du chat sauvage di Cingria: nel primo caso egli incolla sul foglio
originale delle tracce di cenere, nel secondo vi riporta lo stampo ad
inchiostro di un pesce, nel terzo le impronte di zampa del proprio gatto.
Si sa che
nella pittura di Alechinsky è decisivo l’apporto dei colori, ed anche nelle
edizioni di pregio dei libri esso appare molto significativo, mentre nelle
tirature correnti, per ovvi motivi di costi, i colori appaiono più di rado
(anche se spesso la vignetta di copertina da lui disegnata viene stampata non
in nero ma in rosso, viola, verde o blu). Esistono poi dei casi famosi in cui
l’apporto dell’illustratore è davvero determinante, come Le rêve de l’ammonite di Butor (1975) o Vacillations di Cioran (1979). Qui le immagini diventano numerose,
variopinte, fantasiose, e vi si ritrovano figure care ad Alechinsky, come le
forme serpentine e arrotolate, i tireurs
de langue, le cascate e così via.
Il
campionario degli scrittori con cui egli si è trovato a dialogare è molto
vasto, siano essi dei classici (Fourier, Proust, Apollinaire, Jarry, Cendrars)
o dei contemporanei (Caillois, Dotremont, Dupin, Macé, Michon). Tuttavia si ha
sempre l’impressione che si tratti di incontri non soltanto suscitati da una
committenza dell’editore, ma dovuti altresì ad una certa affinità di pensiero o
di stile. Un caso a parte sembrerebbe costituito dai volumi in cui Alechinsky è
autore del testo, oltre che delle immagini, ma a ben vedere anche allora si
stabilisce un dialogo, quello fra le sue due mani. Da sempre, infatti, egli usa
l’una per la scrittura e l’altra per la pittura: «Io disegno e dipingo con la
sinistra. La destra, obbligata a scrivere fin dalle scuole elementari, firma i
miei disegni. […] A tribordo la matita, a babordo il pennello». Entrambe le
mani, dunque, sia pure con funzioni diverse, servono a far procedere la sua
navigazione. E per fortuna, come diceva Yves Bonnefoy a proposito dei quadri di
Alechinsky, «secondo le ultime notizie la traversata continua».
GIUSEPPE
ZUCCARINO
Kasia Boddy: STORIA
DELLA BOXE. Dall'Antichità a Mike Tyson. Odoya, 2011
Al
pugilato l'Italia ha dato, oltre a dei campioni, anche dei bravi giornalisti.
Tutti ricordano Rino Tommasi, grazie principalmente alla competente attività
televisiva. Un'attività nella quale non si poté invece esprimere il grandissimo
Giuseppe Signori, giornalista dell' "Unità", il quotidiano del
Partito comunista per il quale, fra l'altro, organizzò con Davide Lajolo le
pagine sportive. A tutti e due, sia a Tommasi sia a Signori, si devono delle
importanti perlustrazioni storiche sulla boxe (con Rizzoli il primo, con gli
editori Viridiana e Mondadori il secondo). La produzione libraria italiana
sull'argomento, pur non vasta, è di grande qualità, basta rammentare i libri di
Alfredo Pigna (con Mursia e Sugar) e di Giuliano Orlando (con Longanesi).
Presso un piccolo editore milanese (Tris) fu tradotta e pubblicata inoltre, nel
lontano 1958, l'oltremodo piacevole Storia dei Pesi Massimi di Nat
Fleischer, il fondatore, nel 1922, di "Ring", ancora oggi la
più autorevole rivista di pugilato al mondo.
Con una
visuale particolare, impegnata nella sociologia del costume e nella storia
della letteratura, senza togliere niente a quella dello sport, esce adesso
(dopo l'edizione inglese del 2009) il bel volume illustrato (prefato da Rino
Tommasi) di Kasia Boddy, docente di letteratura americana a Londra. La
dimensione narrativa legata al pugilato è ben nota e Asia Boddy (insieme al
cinema e alla pittura) la restituisce con minuzia e intuizioni da studioso. Più
sfuggente è quella inerente al costume, che pure entra direttamente nella
rappresentazione scenica del "quadrato". Fin dagli inizi dei
combattimenti guantati, si opposero figure eleganti come Jim Corbett (Gentleman
Jim) e trucemente volgari come John
L. Sullivan. Con l'arrivo dei pugili di colore questa dicotomia si caratterizzò
in termini razziali, con il ruolo di raffinata delicatezza acquisito in genere
dai neri e quella dei picchiatori bruti in assunta in genere dai bianchi.
CdJ
Mario Baudino: NE
UCCIDE PIÙ LA PENNA. Storia di crimini, librai e detective. Rizzoli,
2011 | Umberto Eco: COSTRUIRE IL NEMICO. Bompiani 2011
Da
categoria avvinta morbosamente alla propria passione, quella dei blibliofili -
a lungo vissuta in appartata distinzione, tormentata dalle invidie, avvertita
dalle prime edizioni, propugnatrice di meriti trascurati quando non fossero
trascurabili, solo vagamente interessata ai contenuti ma presuntuosa, di fondo
accessoria ma con qualche utile sfavillio - sembra ormai contendere ai
collezionisti d'arte quel tipo di supposta rispettabilità determinata da
equivoche angustie di ricercatezza. Si sono diffusi, anche in Italia, episodi
di letteratura romanzesca che vanno a lisciare tali sentimenti con la pretesa
di un'originalità incapsulata in pillole di sapienza bibliografica. Un demerito
di Ne uccide più la penna, il libro che Mario Baudino ha offerto al tema
della bibliofilia e dei delitti, è di non trattare con la dovuta severità
questa letteratura. Un altro è quello di confinare Bernie, il topo d'appartamento
e libraio dei romanzi di Lawrence Block, nella superficiale coda di un capitolo
(avverto tuttavia che se la precedente era una soggettiva sentenza questa è
invece una personalissima amarezza). Non è però il caso di essere troppo rigidi
con Baudino. Alcune parti, che poi sono il grosso del libro, come quelle su Rex
Stout, Raymond Chandler, Dorotyhy L, Sayers, John Dunning, Augusto De Angelis,
Elizabeth Daly, appagano davvero, solide sul piano informativo e abili in
talune divagazioni (quando tratta l'horror nella fattispecie del Carnacki di
Hope Hodgson, per esempio).
Sento ad
ogni modo il bisogno di insistere nel disapprovare quel tono di affettuosa
indulgenza che viene profuso in questo come in altri libri sulla bibliofilia,
senza sfiorarne minimamente la realtà. E mi spingo senza remore a fare
altrettanto con l’ultimo libro di Umberto Eco, che pure, fra gli ultimi, mi è
sembrato essere il migliore (Costruire il
nemico). E’ una raccolta di scritti occasionali, in specie testi di
conferenze. Eco non vi manca di tornare sulle vicende legate al Gruppo 63 e mi
è parso farlo con prudente reticenza circa la reale portata delle polemiche di
quarant’anni fa.
A Eco è
venuto a mancare con gli anni quel sottofondo che rendeva piccante il solo
trattare coi mezzi dell’alta accademia
gli elementi socio-culturali considerati più vili. Ma, tratti di quel che
vuole, lo scrittore illustre sembra
parlare ormai proprio e soltanto di bibliofilia (segnalo che la stessa Bompiani
editrice del volume, ha mandato in libreria, sempre di Eco, La memoria Vegetale, esplicitamente
destinato a questa) col suo tono ammiccante ma da primo della classe che non
resiste all’esibizione erudita. Viene così il sospetto che non abbia mai
parlato d’altro e lo abbia fatto sempre nel modo vacuo di questi scritti. Alla
fine tutte le pretese scientifiche della semiologia hanno di verificabile solo
il nome di un autore, il titolo di un libro, il suo stampatore, la data della
prima edizione.
WOLF BRUNO