Fogli
di Via n. 6, novembre 2011 testi 2
di profilo
Da qualche tempo l’editore Neri Pozza va stampando in nuove
edizioni, quando ormai erano introvabili quelle vecchie di altri editori, le
opere di Romain Gary (e dell’eteronimo Emile Ajar)
“Il realismo per un romanziere, consiste nel non farsi
beccare”. Nel senso di non farsi sorprendere con le mani nel sacco…. E a lui,
Romain Gary, la cosa pare riuscire benissimo. Siamo nel 1974, un anno per molti
versi cruciale delle sue molteplici esistenze, e Gary confida queste parole nel
corso di una lunga intervista rilasciata all’amico François Bondy, destinata ad
essere pubblicata col titolo “La notte sarà calma”, che esce ora anche in
Italia grazie all’editore Neri Pozza, a cui si deve l’iniziativa meritoria di aver
stampato e ristampato molte delle sue opere.
Gary ha sessant’anni e la critrica ufficiale lo giudica
ormai un autore arrivato al capolinea, inevitabilmente fuori moda visti i suoi
trascorsi “gollisti”, che lo rendono quanto mai politically incorrect nella
Francia post sessantottotina. L’intervista arriva allora come una sorta di
bilancio postumo a futura memoria, una ricapitolazione apparentemente esaustiva
di una vita per molti aspetti esemplare, una sorta di fil rouge attraverso le
molte facce di monsieur Kacev, in arte Gary, ad uso dei fans superstiti. Ma il
1974 è anche l’anno di esordio di un giovane autore del tutto sconosciuto,
l’anno in cui Emile Ajar pubblica “Gros-Câlin” (“Mio caro pitone”), straniante
racconto sull’alienazione urbana che spiazza critici e lettori. Qualcuno
indica Ajar tra le migliori promesse della giovane neoletteratura francese e
quando esce, l’anno dopo, “La vita danti a sé”, il premio Goncourt è suo.
Gary, insomma, non si è fatto beccare…. non solo ha vinto il Goncourt due volte
con nomi diversi, cosa espressamente vietata dallo statuto del Premio, ma
pubblicherà altri libri come Ajar e dovrà morire, prima che i saccenti critici
che l’avevano dato per finito si accorgano, grazie a uno scritto postumo,
che Gary e quest’ultimo erano in fondo la stessa persona.
Persona….ma quale persona? Difficile dirlo visto che
Gary sembra costruire se stesso con la stessa perizia con cui inventa le trame
affascinanti dei suoi molti romanzi. “L’io, un gran comico, di una supponenza
incredibile” precisa nelle prime righe dell’intervista a Bondy, ricordando come
“gari” in russo significhi brucia, invitando da subito se stesso a dar fuoco a
ogni pretesa di narcisismo. Sembrerebbe un auspicio implicito ad un’estrema
sincerità, un mettersi volontariamente a nudo destinato a rivelare il volto
nascosto. Ma è solo un altro espediente, un modo efficace dello scrittore
realista “per non farsi beccare”, appunto.
Romain Gary nasce, ufficialmente, nel 1945 con la pubblicazione
di “Educazione europea” giudicato, unanimamente, come il miglior romanzo
postbellico sulla Resistenza. Ma Romain Kacev è nato 31 anni prima, in
Bielorussia: suo padre resterà per sempre nell’ombra dell’anonimato, anche se
lo stesso Romain alimenterà a tratti la leggenda che fosse stato il grande divo
russo del muto Ivan Mosjoukine, il Rodolfo Valentino dell’aquila bicipite. La
madre, invece, sarà la sua autentica musa ispiratrice : ebrea russa e attrice
teatrale di secondo piano, è lei, almeno a leggere le pagine de “La promessa
dell’alba”, a inventare il personaggio Gary, a volere per lui un futuro
radioso di francese, letterato e diplomatico. Nell’intervista lo scrittore
ripercorre divertito i giorni interminabili trascorsi a Nizza a provare e
riprovare l’uso di diversi pseudonimi, fino a trovare quello giusto che
l’avrebbe reso famoso, sotto lo sguardo benevolo di una madre che sogna nel
figlio la realizzazione definitiva dei tanti personaggi che avrebbe voluto
amare sulle scene.
Sono gli anni in cui, in letteratura, va affermandosi
definitivamente lo scrittore-personaggio. L’autore esce dalle brume di
un’esistenza meschina, totalmente votata alla fatica dello scrivere, e diventa
a suo modo protagonista. In America brilla la stella virile di Hemingway,
erede, dice acidamente Gary, del machismo predatorio di un Jack London. In
Francia splende quella esotica e avventurosa di Malraux, o quella intellettuale
e contradditoria di Sartre. Al lettore, più del contenuto, sembra premere la
dimensione del personaggio. E Gary costruisce con abilità il suo. E’ stato un
protagonista della Resistenza, aviatore in Inghilterra della Francia libera di
De Gaulle, un autentico indomabile “eroe francese” come nei sogni più gloriosi
della madre. Ma ha scritto un libro, ambientato nella foresta polacca, che non
ha nulla di retorico e trasuda dolente umanità. Un racconto per niente
“eroico”, ma totalmente votato all’amore per la vita, senza manicheismi di
“bianco e nero”, dove vittime e canefici non si confondono, ma neppure appaiono
così inevitabilmente distanti gli uni dagli altri. Perché, se il personaggio
Gary è costruito, e sapientemente, il richiamo al senso comune di appartenenza
è assolutamente autentico, come avrà a testimoniare Tzvetan Todorov, che lo
indica, insieme a Vasilji Grossman, tra i rari esempi di veritiera resistenza
umana negli anni oscuri del Male trionfrante novecentesco.
A Gary piacciono le maschere, ma non ci si affeziona mai,
possiede una carica di ironia troppo corrosiva per diventarne devoto, non a
caso dedicherà all’eternamente cangiante Sganarello, il Leporello del Don
Giovanni di Mozart, il suo saggio letterario più importante, primo atto di una
trilogia incentrata sul rovesciamento di tutti i valori a cui seguiranno “La
danse de Gengis Cohn” e “La Tète coupable”, sicuramente due tra i suoi libri
più “autentici” e meno compresi. E, da buon picaro, si affretta a demolire il
personaggio appena nato: i romanzi successivi all’Educazione sono testi
totalmente diversi, di una perversa comicità che spiazza critici e lettori,
condannandolo all’insuccesso. In “Tulipe”, scritto immediatamente dopo
L’Educazione, la prospettiva è completamente capovolta, nessuna
esaltazione della grandezza dei vincitori, ma se mai un rovesciamento che
impone di pregare per loro, affinchè non abbiano a trasformarsi nei
continuatori ideali delle perversioni dei vinti. Gary insomma, non ci sta a
giocare la parte dell’eroe senza macchia, l’ironia corrode le facili certezze e
insinua il dubbio laddove riappare l’eterna tentazione a dividere il mondo in
comode fazioni. Invece che ergersi a paladino dei giusti, Gary, come sempre,
propende per la parte più debole, qualunque sia lo schieramento in campo.
Se nella vita reale Gary, forte dell’amicizia con il
Generale, ha iniziato una brillante carriera diplomatica, nella scrittura resta
fedele alla mobile molteplicità delle sue diverse anime. Sarà solo con “Le
radici del cielo” che l’identità sembra ricostruirsi, Kacev torna a indossare
nuovamente la maschera del Gary di successo e vince il suo primo Goncourt. Ma
Morel, il patetico difensore degli elefanti centroafricani, disarmante
precursore di una sensibilità ecologica che, nel 1956, è ben di là da venire,
resta nonostante tutto un’altra memorabile figura nel panteon di varia e profonda
umanità che contraddistingue la sua scrittura migliore. Un perdente che proprio
nell’indifendibilità della sua causa riesce ad assurgere alla grandezza
“idiota” di un moderno Don Chisciotte. E certe pagine su colonialismo e
nazionalismo africano hanno la lucidità di acute analisi politiche, ben più a
fuoco di tanti deliri contemporanei prosperati nel clima infuocato della guerra
di Algeria.
Nel frattempo Gary continua a vivere il suo romanzo verità
nella realtà di tutti i giorni: è diventato aiuto console a Los Angeles e
inizia una frequentazione assidua del mondo dello star system hollywoodiano.
Memorabili, nell’intervista a Bondy, le pagine dedicate al ricordo di John Ford
o i ritratti di Groucho Marx e Marylin. Sposerà in seconde nozze l’attrice Jean
Seberg e diventerà, a sua volta, un protagista patinato delle riviste di
gossip. Scive a tutto campo, pubblica servizi per Life e Le Monde, lavora per
il cinema, sue tra l’altro alcune pagine del colossal “Il giorno più lungo”, e
tenterà anche la strada della regia con due film, poco fortunati, che vedono la
moglie protagonista, “Gli uccelli vanno a morire in Perù”, eccentrica parabola
sulla dicotomia frigidità/ninfomania, e “Kill” realistica pellicola sul mondo
della droga.
Per tutti gli anni ’60 e ’70 Romain Gary continua a
scrivere con feconda prolificità: alla fine saranno una trentina i romanzi a
suo nome. La sua è una scrittura dall’apparenza semplice, dalle trame spesso
accattivanti, che diverte i lettori. Mai banale, il suo umanesimo reinventato sembra
una delle poche risposte credibili al crollo delle ideologie che già cominicia
ad annunciarsi. Ma nella Francia seguita agli scossoni del Maggio
’68 Gary sembra una maschera precocemente invecchiata. I suoi trascorsi con De
Gaulle lo condannano ad uno stereotipo apparentemente reazionario. La critica
pare cieca di fronte al fatto che la sua scrittura continua, nonostante tutto,
ad essere estremamente innovativa e creativa, e il giudizio sulla sua opera
prescinde quasi sempre dai contenuti e si ferma ai limiti di un personaggio
definitivamente fuori moda.
Kacev, per altro, non si perde d’animo. Dopo essere stato,
di volta in volta prima Fosco Sinibaldi e poi Shatan Bogar, a cui si devono per
altro alcuni schizzi illuminanti sui mali della diplomazia, ecco nascere Emile
Ajar, un autore totalmente nuovo e diverso, di cui nemmeno il critico più
smaliziato sospetta la parentela con Gary.
Ajar scrive con uno stile fresco e innovativo, nato dalla
strada e dalle esperienze quotidiane di una Francia che si affaccia curiosa sul
nuovo millennio. In “La vita davanti a sé” a parlare è un quattordicenne franco
marocchino che vive, in una Parigi già multirazziale e globalizzata, in casa di
un’anziana prostituta ebrea che fa da balia ad una nidiata di figli di “colleghe”,
Madame Rosa, di cui Simon Signoret darà una tardiva e magistrale
interpretazione nel film ricavatone da Moshè Mizrahi, Oscar per miglior film
straniero del 1978. Razza, immigrazione, marginalità, esclusione cessano di
essere slogan e si fanno carne viva in un racconto che la lingua
“adolescenziale” di Ajar sa riempire di un’ironia esplosiva assolutamente
contagiosa.
E di nuovo, nel 1979, con “L’angoscia del re Salomone”,
Ajar colpisce nel segno con una storia straniante e ironicamente straziante su
un singolare benefattore ebreo, il “re del prêt à porter”, che finanzia
una surreale società di mutuo soccorso umano. L’umanesimo, ancora una volta, è
il tratto distintivo che fa capolino al di là di tutte le maschere. Un
umanesimo mai retorico, sempre stemperato da una vena di micidiale ironia che
allontana i rischi di pedanteria, ma che restituisce un senso di autentico
amore per la vita. Per Gary la civiltà è femmina, “non c’è mai stato un valore
di civiltà che non fosse un’idea di femminilità” dice a Bondy, e l’amore
di una madre è il primo segno del suo affermarsi, mentre il machismo, il
manicheismo muscoloso sono i segni della ributtante perversione dell’uomo, il
frutto avvelenato del culto assurdo dell’io dominante. Non a caso alcune delle
sue figure femminili resteranno, per sempre, tra le perle più splendenti della
letteratura francese del secolo scorso.
E’ l’estremo saluto dell’anima più ironica e divertita di
Kacev. L’anno dopo anche Gary si accomiata dal suo pubblico con “Gli Aquiloni”,
ultimo romanzo in cui per una volta ancora tornano magistralmente i temi della
guerra, del ricordo e della resistenza umana al dominio alienante. Romain Gary
si è tolto la vita il 2 dicembre del 1980, annicchilito dalla prospettiva della
decadenza fisica e mentale della vecchiaia. E, levandosi l’ultima e definitiva
maschera, l’ha fatto con l’immancabile ironia: ha comprato una vestaglia color
vinaccia, onde il sangue del colpo di pistola non spiccasse troppo, e ha
scritto un biglietto d’addio pregando di non mettere il suo suicidio in
relazione con quello dell’ex moglie Jean Seberg, avvenuto un anno prima.
di profilo 2
Massimo Bacigalupo
Hemingway a 50 anni dalla morte
Cosa resta
di Hemingway a 50 anni dalla morte? Hemingway ha scritto il romanzo moderno più
importante dedicato in ampia parte a Milano – Addio alle armi, titolo che fra l’altro deriva da una poesia
inglese del Cinquecento. Era infatti essenziale per la sua concezione della
scrittura dare l’impressione ai lettori di essere sul posto, a dividere le
sensazioni dei suoi protagonisti. La Parigi degli anni ’20 e la Spagna di Fiesta, il fronte italiano e le retrovie
di Addio alle armi, il Kenia di Verdi colline d’Africa… Il modello era
Tolstoi, nella capacità evocativa del realismo, anche se il metodo di scrittura
si era rigenerato nel famoso stile delle frasi paratattiche e parallele. Questo derivava in parte da Gertrude Stein,
mentre il principio del minor numero possibile di parole e aggettivi era una
regola giornalistica ribadita da Ezra Pound, e l’idea del racconto di gente
comune in cui emerge un conflitto irrisolto, un groppo, era una lezione di
Sherwood Anderson.
Ma Hemingway seppe procedere genialmente
per proprio conto e emerge in tutta la sua maturità fin da Nel nosto tempo, il primo libro di
racconti, poi collocato nell’epocale raccolta I quarantanove racconti, del 1938. E’ questo il volume che il
lettore alla ricerca del maggior Hemigway deve tenere sullo scaffale,
nell’ottima traduzione di Vincenzo Mantovani (Einaudi) che corregge tante
precedenti traduzioni approssimative (come quelle di Linati e Vittorini incluse
in Americana, 1941).
Nella premessa (disarmante: “Ci sono molti
tipi di racconti in questo libro. Spero ne troverete qualcuno che vi piaccia”)
Hemingway dice che quello più vecchio, scritto nel 1921 (a 22 anni), è Su nel Michigan – semplice e partecipe
storia di una deflorazione, a lungo censurata, che fece inorgoglire la Stein
(che poi divenne madrina del primogenito di “Hem”). E dice che i suoi preferiti
sono La vita breve e felice di Francis
Macomber, In un altro paese
(sulla Milano nebbiosa e anarchica del 1918, una sorta di anticipo di Addio alle armi), Colline come elefanti bianchi (tanto lodato da Milan Kundera –
dialogo di una coppia in cui lui spinge lei ad abortire fingendo di lasciarle
la scelta), Le nevi del Kilimangiaro
(magnifica storia dello scrittore morente che vede in flashback tutti i ricordi-racconti che ormai
non scriverà più, fra cui gli assalti degli Arditi sul Pasubio), Un luogo pulito e ben illuminato (la grandiosa
invocazione del “Nada nostro che sei nei Cieli, sia Nada il tuo nome”: il tema
dell’insonnia e dello spazio mentale difeso contro gli incubi notturni), “e un
racconto intitolato La luce del mondo
che non è mai piaciuto a nessuno”.
Be’, chi legge La luce del mondo lo apprezzerà – anche se pare trattarsi solo
della lite di due puttane in un villaggio di poche case cui assistono Nick
Adams, alter ego dell’autore, protagonista di molti racconti, e un suo amico,
entrambi adolescenti. Alice è esorbitante (“doveva pesare 160 chili”), e uno
dei presenti (siamo alla stazione dei bus) commenta: “Deve essere come salire
su un pagliaio”. La lite verte sulla
conoscenza intima di un pugile, vantata sia dalla collega Ossigenata,
magrolina, che dalla formidabile Alice, la quale smaschera le affermazioni
dell’altra: “Non hai mai scopato Steve Ketchel in vita tua e lo sai bene…”. Lei
possiede il segreto della verità. Il pugile è forse una versione degradata di
Gesù, Alice è la sua Maddalena. Hemingway senza parere si metteva in
competizione col “metodo mitico” di The Waste Land di Eliot.
Spesso i racconti sono impressioni di
viaggio, scene realistiche-simboliche come l’incontro notturno con un altro
pugile suonato (Il lottatore) o lo straordinario
ritorno al Grande Fiume dai Due Cuori,
il paradiso di Hemingway (ma credo che
trattandosi di un toponimo andrebbe conservato il titolo originale Big Two-Hearted River). Siamo nella
Upper Peninsula del Michigan, dove il dottor Hemingway portava la famiglia in
vacanza, insegnava la pesca a Ernest, e
dove questi a quanto racconta fu iniziato al sesso da una ragazzina indiana (Padri e figli) che poi lo tradì
“spezzandogli il cuore” (Dieci indiani).
Non si sa abbastanza che Hemingway è un
grande scrittore sperimentale che non si ripete mai, tranne forse in Il vecchio e il mare, forse l’unico
fiasco (artistico) della sua carriera. Morte
nel pomeriggio è un romanzo-saggio sulla corrida, in realtà un’enciclopedia
alla Moby-Dick che va ben oltre il
tema che pure lo innerva, come la balena per Melville. A Giorgio Manganelli
piacevano le pagine dell’Epilogo in
cui si cerca di dire sulla Spagna tutto quello che non si è detto nelle 300
pagine precedenti, e si conclude con una morale (lo scrittore americano è
sempre moralista): “La gran cosa è durare e fare il nostro lavoro e vedere e
udire e imparare e capire; e scrivere quando si sa qualcosa; e non prima; e non
accidenti troppo dopo. Salvi pure il mondo, chi vuole, purché voi riusciate a
vederlo con chiarezza e nell’insieme…”
Scrivere solo ciò di cui si è assolutamente
certi, lavorare per coglierne il sapore immediato, con arte che nasconda
l’arte. Hemingway scrittore fra i più raffinati e colti passa ancora presso
molti per un rozzo mestierante. Lo scrittore più famoso del secolo è anche uno
dei più fraintesi. E invece egli ha l’arte di dire senza dire.
Come ad esempio nel racconto del 1927
dedicato all’Italia fascista, Che ti dice
la patria? (titolo italiano nell’originale, probabilmente preso da una
scritta mussoliniana): tre quadretti sardonici, ambientati in Liguria, di un
Paese che si va ingaglioffendo. Non gli piaceva l’odore del fascismo, e
l’antipatia, si sa, gli fu ricambiata. I giudizi sarcastici sull’esercito
italiano di Addio alle armi si devono
anche al fatto che il romanzo fu scritto in pieno regime fascista. Non che per
questo fosse facile reclutare Hemingway per una qualsiasi ideologia
preconcetta. Come si è visto, non gli interessava salvare il mondo, gli bastava
vederlo e dirlo.
E’ rimasto proverbiale l’incidente del
“Politecnico” di Vittorini che annunciò trionfalmente la pubblicazione a
puntate del “romanzo antifascista” Per
chi suona la campana nell’Italia liberata, salvo poi accorgersi che esso
conteneva il resoconto di stragi compiute dai Repubblicani e censurarle,
lasciando solo l’intreccio amoroso (anch’esso depurato).
L’atteggiamento amorale di Hemingway
davanti alla guerra non poteva piacere a nessuno. La prende come un fenomeno
naturale, senza interrogarne le cause. E’ un momento in cui gli uomini si
mettono alla prova. Simbolo in breve della vita nel suo complesso. Predomina
sempre l’individuo, teso a difendere ad ogni costo il proprio rigore in un
universo non di rado orribile. Fino
all’ultimo l’io controlla il proprio destino – e quando muore lo fa per propria
mano.
imago
Beppe
Dellepiane
Nel 1998 il Museo genovese di Villa
Croce allestiva una grande mostra di Beppe Dellepiane (Genova-Bolzaneto, 1937).
Quello stesso anno Dellepiane pubblicava, senza poi darle purtroppo alcun
seguito, una raccolta di testi poetici - "puzzles casuali" li definì
Attilio Sartori, nei quali fra gli outrages spicca "la funzione
verbale del sostantivo" - che se non si volevano intromettere nell'opera
strettamente visiva, non per questo mancavano di illuminarla (L'amor te
sensica, De Ferrari).
Favorita, ancora giovanissimo,
dall'incontro col critico Germano Beringheli, l'artista aveva alle spalle una
rispettabile carriera il cui corso, seppure sostanziato da certe occasioni
internazionali, si era mantenuto in quell'ordine di appartata ricerca comune a
tanti artisti della sua regione. Paradossalmente, dopo quella prestigiosa
antologica curata da Sandra Solimano - che dimostrava un percorso tormentato ma
nei fatti essenziali coerente perfino nelle manifestazioni performative, a
lungo predilette – l’ancorché non dismessa attività dell'artista si è come
pubblicamente rarefatta, quando per il solito l'età favorisce pubblicamente i
riconoscimenti nelle "riscoperte". Per altro, ciò che era
semplicemente appartato sembra negli ultimi anni aver preso il tipico incedere
della solitudine, appena spezzato dagli ultimi lavori su carta che ha voluto
far conoscere attraverso questa rivista.
Recensendo la mostra di Villa
Croce, Sandro Ricaldone aveva parlato di una "discesa verso il più
profondo nucleo esistenziale" e di questo si tratta per Beppe Dellepiane
in termini che rasentano, vicini all'intransigenza, una concezione della vita come
pena sorretta dalle fede e dall'adempimento dei rituali propri alla Chiesa
romana. Sorprendente, almeno fino a un certo punto, è che Dellepiane carichi
questa concezione di una violenza talmente eloquente che sembra spingere fin da
adesso la dannazione al caos. Ma Dellepiane è un artista troppo consapevole dei
linguaggi propri della sua epoca per lasciare a se stessa l’energia di quella
violenza per cui, senza aver la pretesa di ordinare o di fissarla in paradigmi
museali, tenta di valersene come racconto. E le ultime “carte”, di cui qui si
presentano alcuni esempi, con la loro copertura antracite che prende forma
attraverso sottrazioni e graffi, proseguono a modo loro una narrazione che ha
dell'allarmante.
A cura di Carlo Romano
Wolf
Bruno
Fesbuc
Pubblichiamo
una selezione delle “sentenze” che Wolf Bruno è andato pubblicando il sabato
sulla sua bacheca del popolare social-network Facebook
-Spero che tutto ciò sia ridicolo. Non sopporterei la
vergogna di essere preso sul serio.
-Mancando
dell'idea giusta ho perlomeno la certezza che anche questa è sbagliata.
-Da quando ho capito chi sono evito di riconoscermi.
-Ho
appena finito di deridermi con gusto.
-Sono il significato di una metafora priva di sostanza.
-Faccio
fatica a starmi dietro.
-Evito la bontà per non imbattermi negli ingrati.
-Sto
pericolosamente invecchiando. Non accetto suggerimenti, so già come andrà a
finire.
-Ho tanti e svariati doppioni che mi posso allegramente
giocare alle figurine.
-Ma
chi credo di prendere in giro... non riuscirò mai a eguagliarmi.
-Per liberarmi della verità mi son fatto qualche scrupolo,
nessuno per la salvezza.
-Mi
son fatto una reputazione a scapito di me stesso: qualcuno ci doveva pur
rimettere!
-Un senso della vita lo si può anche trovare in quello
Vietato. Il maggior dissenso, tuttavia, per quanto non unanime, credo lo si
metta sullo Stop.
-Lao
Tse diceva che un grande viaggio comincia con un piccolo passo. Darmi per
scioperato è stato il mio primo timido rimedio onde evitare i vizi che
discendono da quella raccapricciante e oscura fantasia sociale che chiamano
l'utilità del lavoro.
-Faccio di tutto per rendermi inutile.
-Se
avessero raccontato di me non ci avrei creduto. Non vedo perché gli altri
dovrebbero credermi.
-Ho chiuso ogni rapporto con Dio perché me lo ritrovavo
dappertutto.
-Rinuncio
a pensare così evito la delusione di non capirmi.
-Non è per spocchia che rifiuto i miei inviti, aspetto
solo di conoscermi meglio.
-Altruismo?
Nessuno ha bisogno di me più di quanto ne abbia io.
-Vivo pericolosamente alla mezza giornata.
-Sto
per uscire dalla mia difficile adolescenza. Malgrado siano decenni che ci
penso, non so come vestirmi per l'occasione.
-Avendo sbadatamente cancellato le vecchie idee, ed
essendo privo delle nuove, adesso non so cosa dirmi.
-Stento
a capire se sto peggio con me o con la mia coscienza.
-Con la vita mi diverto sprecandola (e con lo spreco mi
diverto vivendolo)
-Intralciato
nel ruolo di Me Stesso ho ripiegato sul suo sosia.
-Ho perso ogni cognizione ma ho guadagnato tempo.
-Mi
vien bene essere privo di senso così non devo dare spiegazioni.
-Sono indimostrabile.
-Ho
ragione da barattare più che da vendere.
-Sono sbagliato e non mi voglio guastare.
-Se mi
separassi dalle opinioni rischierei di essere scambiato per un fatto.
-Cambio parere all'insaputa delle mie opinioni.
-Mantengo
le opinioni cambiando le idee.
-Ho delle opinioni indiscutibili ma le cambio in fretta.
-Per
passare alla "vita autentica" dovrei smettere di credere nella mia?
-Più che vero sono presunto.
-A
volte sono in compagnia di me stesso, ma in luoghi diversi.
-Se per il male avessi dei rimedi non saprei farlo bene.
-Per
un attimo ho pensato che a schiarire le idee bastasse ridurle in biondo-cenere.
Fortunatamente mi piace tenerle confuse.
-Quel che dico è come lo champagne: un po' di rumore per
nulla.
-Non
sono un buon esempio ma sono un bell'esemplare.
-Per dare una buona versione di me stesso devo
contraffarla.
-Ho
regolato i conti con la mia coscienza disobbedendole.
-Riesco a ottenere una buona approssimazione concettuale
soltanto su tutto quello che non ho da dire.
-Ho
capito poco e quel poco mi ha confuso del tutto.
-Fra le mie premesse c'è l'inconcludenza, ne apprezzo
tuttavia i risultati.
-Sono privo
di risultati da esibire, ma ho molte premesse.
-Certe inoppugnabili evidenze - io, per esempio - mi fanno
capire quanto sia oscura la certezza.
-Potrebbe
non trattarsi di me, se non altro perchè sono io.
-Quel che ho capito della vita non è la vita.
-Ho
capito dove sono ma non l'ho visto, ho visto come sono ma non l'ho capito.
-Sono il mio vicino di casa: quando mi incontro mi evito.
-Mi
sono osteso alla Sindone ed è rimasta indifferente: sarò un falso?
-Mi sono assentato e non ho capito quando. Sono tornato e
non ho capito perché. Sono qui e non ho capito dove.
-Il
meglio è gratificante ma il peggio è sicuro.
-L'uomo sarà pure quell'animale politico vaticinato dagli
antichi, non deve tuttavia credere che la Politica lo riguardi.
-Brutta
cosa essere una scarpa e inciampare nella cacca. Meglio la mezza calzetta?
-Cercano di farmi credere che la politica sia un dovere.
Suppongo non sappiano di cosa parlano.
-Non
so cosa pensare della politica. Infatti non la penso.
-Cerco di vivere alla grande e sono in miseria. In fin dei
conti costa meno.
-Sapete
niente sul mio conto? Io l'ho perso.
-Vorrei dar corso ai miei pensieri ma ho dimenticato come
si fa.
-Mi
sono convertito alla bontà per esaltare la mia cattiveria.
-Ho qualcosa da dire, ma cosa? Non accetto suggerimenti.
-Sarà
stato il coro degli angeli oppure la luce accecante, fatto sta che parlavo con
Dio e mi sono distratto.
-Non sono quasi mai d'accordo con le mie opinioni ma farò
di tutto affinché io possa continuare ad infliggerle agli altri.
-Lacerato
convinto, dilacerato reticente.
-Un tempo credevo che il mondo fosse iniziato con me. Oggi
faccio dell'altro.
-Un
vecchio amico mi apostrofa: "Ehi vecchio!" Ma non era lui, l'amico,
ad esser vecchio?
-Reso scettico dalla vita ho cominciato a credere nel mondo.
Adesso sono cinico.
-Sento
il dovere di una rivelazione: sono venuto al mondo piangendo.
-Non discuto mai con me stesso, potrei capire chi sono.
-Non
rispondo delle mie azioni. Qualche volta le domando.
-Là, dove ero, non ci son più. Di questo passo dove andrò
a finire?
-Sono
il contrario di un filosofo: ho delle risposte per domande che non conosco.
-Una volta esaurito il peggio, cosa mi resta?
-Ho
superato Dio. Purtroppo la sfida era amichevole.
-Qualche volta vorrei sembrare me stesso ma non gli
somiglio affatto.
-Da me
ci si può aspettare di tutto fuorché qualcosa
-Ho finito il tempo, comincio l'epoca.
-Datemi
dei consigli, non sbaglio mai abbastanza.
-Sono soltanto un povero anticristo.
-Sono
animato dai migliori spropositi.
-Mi sono perso. Se mettete una congrua ricompensa mi
ritrovo immediatamente.
-Essendo
esperto in niente c’è chi pensa che io sia capace di tutto.
Materiali d'archivio
Nietzsche nel 1926
Friedrich Wilhelm Nietzsche morì nell'agosto del 1900.
Possibile che nel 1926 scrivesse ancora delle lettere? Per chi non concede
alcuna possibilità alla spiritismo ovviamente no, ma questo non era il caso del
Dr. Omero Petri che pubblicava coi Fratelli Bocca Editori di Torino La
Personalità di uno Spirito che, oltre alle suddette lettere, di Nietzsche
presentava pure dei discorsi (“ho detto”).
A metà Ottocento la pratica e la dottrina del moderno
spiritismo erano state regolamentate in Francia da Allan Kardec (1804-1869) e
trovarono presto appoggio fra i teosofi, qualche scienziato, alcuni sacerdoti e
molta gente comune. In Italia acquisì rinomanza l'attività dello studioso
evoluzionista genovese Ernesto Bozzano, che polemizzò con altri spiritisti -
compreso William Mackenzie, cittadino inglese naturalizzato italiano, della
famiglia che commissionò a Coppedé il famoso “castello” genovese detto
perlappunto “castello Mackenzie” - e organizzò celeberrime sedute con la più
apprezzata medium della sua epoca, Eusapia Palladino (1854-1918).
Il Dr. Omero Petri avvertiva nell'introduzione al libro
“nietzschiano” che chi avesse letto il suo precedente La Cura naturale”
(un altro, L'Italiano Nuovissimo, trattava di Mussolini) vi avrebbe
trovato “parole in stridente contrasto alle odierne mie idee”. Il Petri entrò
in contatto con la discussa dottrina per via della curiosità della moglie e di
un'amica desiderose di metterla in pratica. Ciò accadde una sera del 1926 e lo
spirito che si manifestò, grazie alla “medianica” consorte del Dottore, fu dunque quello del filosofo tedesco. Lo
stupore e l'entusiasmo furono tali che l'indomani volle rimettere la moglie
all'opera per fare delle domande più precise all'inaspettata presenza:
D.Individualismo o socialismo?
R. Individualismo
D. Come ti manifesti nel tavolo?
R. Intelligenza, memoria, intuizione, autosuggestioneero manda presto a
fine lo scritto. Hai poco tempo davanti; sono verità utili, tutto il resto
debolezza, miserie mentali, ipocriti pregiudizi, follie.
D. Sei contento tu ora?
R. No. Inutili spoglie gravose. Leggete miei scritti, opere.
D. Quali?
R. Hecce Homo – Aurora.
D. Chi tra di noi è medium?
R. Filomena (mia moglie)
D. Sapresti dirci cosa è Iddio?
R. Iddio è origine, vita, fine.
D. Tu lo vedi?
R. Sento in noi, intelligenza è tutto.
D. Tu cosa fai ora?
R. Opero pensiero.
D. Se contento?
R. Mai.
Il libro continua con analoga cronaca delle successive
sedute, alle quali a un certo punto si aggiungono le lettere che lo spirito
decide di inviare, discorsi, poesie. Il tutto per oltre duecento pagine.
A cura di Carlo Romano